Molti sono i cattolici che diffidano, disprezzano, schifano la Messa tridentina (la cosiddetta Messa in latino). Molte sono le critiche mosse a questa liturgia, per lo più fatte sorvolando che è stata il centro della vita cristiana per 1600 anni, fino alla metà degli anni 60 del XX secolo.
Solamente questo fatto storico dovrebbe far riflettere i molti (troppi) che criticano quel tipo di liturgia come se fosse un eresia.
Al di là di questo, l’obiezione preferita è che con il latino la gente non capisce nulla, mentre la Messa nelle lingue nazionali è comprensibile. Quindi di conseguenza il latino è un danno per la celebrazione.
A questa accusa pare che molti non sappiano difendersi, proverò a rispondere io con alcune argomentazioni semplici che ovviamente non vogliono essere infallibili, ma che rispecchiano il mio modo di vedere la questione.
Per prima cosa la religione cristiana non ha fatto altro che assumere la “consuetudine” di tutte le civiltà della Terra apparse prima di lei, cioè usare una lingua sacra che separi il mondo divino da quello profano. Così come ci sono i luoghi di culto e i sacerdoti c’è anche il linguaggio sacro. Raramente i popoli della Terra hanno fatto eccezione, tutte le religioni “pagane” e quella ebraica hanno avuto questo sviluppo, usando per le celebrazioni sacre un linguaggio ignoto alla maggior parte degli uditori. Per quanto riguarda l’antica Roma, Quintiliano ci informa che i versetti cantati dai sacerdoti sàlii risalivano ad una così alta antichità che li si capiva con difficoltà.
Seconda argomentazione a favore del latino è che “La lingua propria della Chiesa Romana è la latina” (San Pio X), questo è dovuto al fatto che “Gesù Cristo scelse per sé e consacrò la sola città romana. È qui che volle restasse in perpetuo la sede del suo Vicario” (Leone XIII). Inoltre la Chiesa essendo Una e Cattolica, quindi universale, non sarebbe opportuno che per il Sacrificio dell’Altare si parli lingue diverse. “La Chiesa - scrisse Pio XI - abbracciando nel suo seno tutte le nazioni (…) esige per la sua stessa natura una lingua universale…”
Terzo punto è la necessità dell’immutabilità della liturgia, che essendo Cosa celeste, non può accodarsi ai capricci del mondo. E’ il segno dell'eternità partecipata della Chiesa e della irreformabilità del suo insegnamento. La lingua latina ha un grande vantaggio che è quello di sfuggire alle continue revisioni indispensabili per le lingue vive, le quali, dopo qualche decennio diventano se non incomprensibili, almeno antiquate.
Come diceva saggiamente Romano Amerio: la Chiesa è, nella sua sostanza, immutabile e perciò essa si esprime con una lingua in qualche modo immutabile, sottratta (relativamente, e più di ogni altra) all'alterazione delle lingue usuali, alterazione così celere che tutti gli idiomi europei oggi parlati hanno bisogno di glossari per poter intendere le opere letterarie dei propri primordi. La Chiesa ha bisogno invece di una lingua che risponda alla sua condizione intemporale e sia priva di dimensione diacronica…”
Per la Chiesa Cattolica, pur avendo un aspetto istruttivo, la Messa è principalmente il Sacrificio offerto a Dio. Per questo ovviamente è indispensabile la lingua locale per l’omelia, ma non lo è affatto per il resto della celebrazione.
Per concludere si ascolti la parola del Beato Papa Giovanni XXIII, il Papa che aprì il Concilio Vaticano II: “Siccome poi la Chiesa Cattolica, perché fondata da Cristo Signore supera di gran lunga in dignità tutte le società umane, è giusto che non si serva di una lingua popolare, bensì nobile ed augusta” (Cost. Ap. Veterum sapientia, del 23 febbraio 1962)
Poi altri obiettano che la Messa è troppo lunga, ha parti inutili, ha il sacerdote che volge le spalle ai fedeli e molto altro, ma questo è per la prossima puntata.